DIALOGO TRA LUOGHI, TEMPI E MEMORIA:
RACCONTO DI UN TERRITORIO.
“Prigionia e Libertà. Dialogo tra luoghi, tempi e memoria: racconto di un territorio” è un lavoro corale sviluppato, da ottobre 2024 a giugno 2025, dagli studenti Beatrice Melara Di Renzo, Alessia Lucia Di Risio, Sarah Migliarini e Luigi Vetuschi, all’interno del corso di Fotografia del secondo anno del biennio, sotto la guida del docente Antonio Di Cecco, nell’ambito dell’accordo tra l’Accademia di Belle Arti dell’Aquila e la Direzione Regionale Musei Abruzzo. Il lavoro ha portato alla realizzazione di quattro percorsi fotografici distinti, dedicati alla narrazione visiva dei luoghi simbolo della Valle Peligna, nel cuore dell’Abruzzo, ai piedi del massiccio del Monte Morrone. A pochi chilometri da Sulmona, la frazione di Badia accoglie tre luoghi simbolici, ognuno legato strettamente alla storia e alla cultura del territorio. Ai piedi del Monte si trova l’Abbazia di Santo Spirito al Morrone, antica sede religiosa, e sulle sue pendici sorge l’Eremo di Celestino V, luogo di silenzio e preghiera. Poco distante è visibile il Campo 78, ex campo di prigionia, importante luogo della memoria storica del XX secolo. Questi tre siti raccontano, ciascuno a suo modo, le profonde radici spirituali, storiche e umane di questa terra. Attraverso una lettura personale, ogni fotografo ha indagato questi spazi interpretando i concetti di prigionia e libertà, elementi che, a partire dal XIII secolo fino ai giorni nostri, si intrecciano in modo profondo nella storia del territorio.

L’Abbazia di Santo Spirito al Morrone, nota anche come Abbazia Celestiniana, sorge alle pendici del monte Morrone. Ha rappresentato per secoli il più importante insediamento della Congregazione dei Celestini, nonché il fulcro della vita culturale, religiosa e civile della Valle Peligna. Le origini dell’Abbazia sono legate alla figura di Pietro Angelerio, monaco benedettino, eremita e noto al mondo come Papa Celestino V. La costruzione dell’abbazia si può far risalire intorno al 1293, quando venne posta la prima pietra al di sopra della cappella votiva di Santa Maria del Morrone, annettendo a seguito il Monastero e stabilendo la Casa Madre dell’Ordine dei Celestini. Nel corso dei secoli l’Abbazia ha subito varie fasi di ampliamento, fino ad arrivare agli importanti interventi a seguito del terremoto del 1706 che trasformarono completamente l’antica abbazia, ad eccezione della parte absidale. I monaci hanno abitato questo complesso fino all’emanazione della legge napoleonica del 1806 che disponeva la soppressione degli Ordini religiosi. In seguito a ciò, l’Abbazia ha cambiato diverse destinazioni d’uso fino al 1868, quando, con l’Unità d’Italia, è stata trasformata in casa di reclusione per rimanere tale fino al 1993. La funzione di casa di reclusione ha portato ad una profonda modifica planimetrica e strutturale del complesso. Durante la Seconda guerra mondiale, nel periodo dell’occupazione nazista, l’Abbazia fu utilizzata come presidio militare tedesco, subendo ulteriori danneggiamenti e alterazioni. Nel 1998 è stata assegnata al Ministero per i Beni e le Attività Culturali e dal 2014 la gestione del monumento è affidata al Polo Museale dell’Abruzzo (ora Direzione Regionale Musei Abruzzo). L’Abbazia è anche sede temporanea dell’Ente Parco Nazionale della Majella.

L’Eremo di Sant’Onofrio al Morrone è un complesso architettonico di impronta medievale, situato a 620 metri di altitudine sul versante del monte Morrone, con un’ampia veduta sulla conca di Sulmona. La sua posizione isolata e impervia rispondeva perfettamente all’esigenza di raccoglimento tipica della vita eremitica. Legato alla figura di Pietro Angelerio, divenuto papa nel 1294 con il nome di Celestino V, venne costruito a partire da una grotta naturale, abitata dall’eremita tra il 1239 e il 1241. In quel periodo, l’asceta fece edificare una piccola chiesa, nota con il nome di Santa Maria in Gruttis. La struttura assunse l’aspetto attuale intorno al 1290, poco prima dell’elezione del Papa al soglio pontificio. Dopo soli pochi mesi, Celestino V rinunciò al papato e vi fece ritorno, riaffermando il profondo legame spirituale con questo luogo. Elemento centrale e simbolico del complesso è la grotta, posta al di sotto del livello della chiesa, in cui, secondo la tradizione, Celestino V si ritirava per lunghi periodi di preghiera e meditazione. La parte superiore presenta un accesso porticato che conduce a un piazzale, su cui si affaccia la piccola chiesa, cuore architettonico del complesso, al cui interno si conservano affreschi trecenteschi di scuola abruzzese. Alle spalle della chiesa si trovano inoltre due piccole celle, anch’esse ricavate nella roccia, dove vivevano Pietro Celestino e il beato Roberto da Salle, suo fedele seguace. Questi ambienti, essenziali e raccolti, completano l’insieme architettonico, testimoniando una quotidianità fondata sul silenzio e sulla preghiera. Ad oggi, è tutelato dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio ed è parte del Parco Nazionale della Maiella.

Il Campo di internamento di Sulmona, noto anche come Campo 78, sorge alle falde del Monte Morrone, nella località di Fonte d’Amore. Fu istituito nei primi mesi del 1916 per accogliere i prigionieri della Prima guerra mondiale. Dei 108 luoghi di internamento costruiti in Italia, a quello di Sulmona venne assegnato il numero 78: era uno dei più estesi e attrezzati centri di detenzione del Paese. I primi internati furono principalmente prigionieri di origine ungherese, impiegati nei lavori di rimboschimento del Morrone, nelle attività agricole e nella riattivazione dei pozzi per l’approvvigionamento idrico dell’ex Abbazia e delle abitazioni vicine. Durante la Seconda guerra mondiale, il campo venne riattivato come luogo di prigionia per i soldati alleati anglo-americani, catturati in gran parte nei territori del Nord Africa tra il 1940 e il 1943. Le baracche, in parte ancora esistenti, conservano disegni, incisioni e graffiti che testimoniano la presenza e la vita quotidiana di migliaia di prigionieri: in alcuni casi, sono ancora leggibili i nomi e gli stemmi dei reparti di appartenenza. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, molti detenuti tentarono la fuga, avviandosi lungo il difficile percorso verso il fronte sul fiume Sangro, sperando di riunirsi alle proprie truppe. In quel periodo, i tedeschi presero il controllo del campo e avviarono rastrellamenti e repressioni nei confronti delle popolazioni locali che aiutavano i prigionieri: fu l’inizio della cosiddetta “Resistenza Umanitaria”. Nel secondo dopoguerra, il sito fu riconvertito in caserma militare e rimase in uso a questo scopo fino agli anni Ottanta, subendo ulteriori modifiche strutturali. Oggi il Campo 78 si presenta in stato parzialmente conservato: alcune baracche risultano integre, altre in rovina. Il complesso fa parte della Rete dei Luoghi della Memoria abruzzese ed è oggetto di studi storici e iniziative di valorizzazione, con l’obiettivo di restituirgli una piena funzione memoriale.